Pagine

sabato 6 marzo 2010

Vaccini

Ebbene si ... a volte tocca pure ai padri!
E così, a causa di un impegno della Campagnola, ho portato io il Nanno al terzo richiamo della vaccinazione.
Già chiedere il giorno di ferie al mio capo è stata un'occasione per vedere quanto "faccia strano" che simili incombenze possano toccare anche alla metà del cielo che di solito guarda la partita di calcio.
Glielo leggevo in fronte: "tu? ma perchè tua moglie non ha rimandato l'appuntamento o il vaccino?". Ma non è uscito nessun commento forse perchè ormai pensa che in effetti io un po' strano lo sia veramente.
E mi è anche tornata in mente mia nonna il giorno che sono andato a vivere da solo e le raccontavo che cucinavo, stiravo, tenevo la casa, ecc ... ottenendo come commento le testuali parole: "Tu? un uomo?".

Manco le avessi detto che che volevo partorire.

Mah ... questa tendenza tutta nostrana di considerare l'uomo un "diversamente abile" nelle faccende domestiche e familiari mi ha sempre fatto molto ridere ed è stata l'origine di accesi dibattiti con la campagnola per stabilire se la causa di tanta incapacità risiedesse nella mascolinità tout court oppure in una inducazione perpetrata dalla Mamma Italica standard.
Io voto per la seconda.
Mia mamma, lavoratrice, ha incominciato a richiedere letto fatto, spesa ed un minimo aiuto in cucina non appena è arrivata l'adolescenza e questo ha prodotto i suoi frutti.

Insomma, alla fine il vaccino è stato fatto, con tanto di terzo grado alla dottoressa per capire cosa ne pensasse di tutti quei siti che gridano contro le vaccinazioni.
Ne ho ottenuto una risposta rassicurante fatta di cifre e di vaccini "ora più sicuri di un tempo".

Andiamo avanti.

^_^

venerdì 5 marzo 2010

Di pantofole e dintorni

Il Topolo gattona, gattona veloce come una scheggia, in uno strisciare di tuta e calzini.
Il Topolo sono già parecchie settimane che, se volesse, potrebbe andare dove vuole.
Se volesse, avrebbe un'intera magione a sua disposizione.
Invece dove pensate che stia?
Tra le mie gambe.
Per l'esattezza, sulle mie pantofole.
Ad essere ancora più precisi seduto sulle mie pantofole aggrappato con entrambe le manine ai pantaloni e con i denti ai miei polpacci.
Insomma, non è facile muoversi.
La scena è comica: se sono ferma a cucinare lui è lì immobile, azzannato alle mie gambe.
Quando mi sposto, lo trascino per un po', poi lui si stacca e mi gattona dietro.
Quando mi fermo si riattacca.
Stacca-attacca-stacca-attacca. Uno spasso.
Il momento più bello è quando mangio: lui è sotto il tavolo che uggiola alle mie gambe, strofinando la testa sulle tibie e tentando di morsicarle.
Io gli accarezzo la testa a mò di bestiola, e lui sta lì, cercando briciole cadute dal desco e ciucciando i miei pantaloni.
Provare a prenderlo in braccio non serve, si butta giù e torna nella stessa posizione.
Ora, vorrei dire un paio di cose al mio bimbo.

Amore mio Topolo ,
mio piccolo bimbo dentone e guancione, il mondo è grande sai?
C'è vita oltre la mamma.
ed è vita vera, bella, viva.
Scendi dalla pantofola, staccati dalla tibia, lascia andare le briciole rinseccolite cadute dal tavolo.
Vai, corri, esplora, avventurati nello spazio e poi torna, torna da me a portarmi i tuoi tesori e raccontarmi cosa hai visto.
Sarò sempre qui ad aspettarti, prometto, pronta ad accoglierti e prenderti su tra le mie braccia.
Vai!

giovedì 4 marzo 2010

Meglio tardi che mai

Mancano 3 giorni al mio rientro in ufficio e vorrei poter dire, come My, che le cose stanno girando per il verso giusto, che sono felice di rientrare, che la mia azienda mi accoglierà a braccia aperte e via di questo passo.
Invece so già che sarà un calvario e dovrò ingioiare una bella padellata di rospi sin dal primo giorno.
Mi hanno comunicato oggi, oggi, che non rientrerò nel mio ufficio, alla mia scrivania, al mio vecchio lavoro.
Per le ragioni già note (chi ha figli perde completamente la capacità neuronale e non può occuparsi d'altro che di fare la maglia e lavare pannolini sporchi) mi cambieranno di ufficio, in barba alla legge italiana e ai diritti dei lavoratori.
Indovinate dove finirò?
Al centralino.
Mi chiedo se, viste le mie scarse abilità cerebrali, sarò in grado di sollevare la cornetta e rispondere alle telefonate.
Chissà.
Potrei anche non farcela.
Naturalmente potrei deunciarli, piantare un casino che li rovescio e riprendermi il mio posto.
Tuttavia, e questo loro lo sanno, a me purtroppo va anche piuttosto bene, perchè non avendo nessuno che si può occupare del Nanno , in caso di assenza per malattia o altro, non avrei problemi a mollare la cornetta e andarlo a prendere al nido.
E così mi trovo scissa in due, come spesso accade a noi ragazze: furibonda con la ditta per il trattamento ricevuto (le parole dette, le motivazioni, la richiesta di dimissioni, il ritardo nel comunicarmi tutte queste cose) e la gratitudine per l'esistenza che, ancora una volta mi toglie le castagne dal fuoco.
Ciò non toglie che nel mio cuore alberga un solo desiderio: fargliela pagare.
La vendetta è un piatto che va servito freddo e, a costo di serviglielo surgelato, non mancherò di presentarglielo, prima o poi.
Grr.

martedì 2 marzo 2010

Ma ci sono o ci faccio

1992: un' imberbe mammozza ha appena concluso l'esame di scuola guida.
L'istruttore che l'ha esaminata decide di promuoverla a patto che la suddetta si impegni, negli anni a seguire, a ripassare bene la retromarcia, manovra che al momento lascia alquanto a desiderare.
Promesso.

Ci sono giornate che uno farebbe meglio a girarsi dall'altra parte e aspettare tempi migliori.
Tipo ieri.
Il Topolo ed io ci siamo alzati di pessimo umore.
Lui per un paio di dentini che non gli danno tregua, io per gli stessi denti che, se non fanno dormire lui, figuriamoci noi.
E comunque era lunedì e il "Pero Pelato" ci aspettava come di consueto.
Lascio il nano al nido e imbocco la via del ritorno, contando di fare spesa e un paio di commissioni al paesino.
A metà strada incrocio Linda, la mia compagna di cubo, in macchina pure lei, e per riuscire a parlarci dal finestrino, ingraniamo la retromarcia entrambe per accostarci meglio.
Ora:
Sono le 9 del mattino.
Nessuno ha dormito.
Non sono la regina della retromarcia.
Le strade di campagna hanno dei fossi a lato di circa 50 centimetri per far defluire la neve e l'acqua.
Immaginate cosa può essere successo?
Finisco nel fosso con la Fango Car.
O-H-M-Y-G-O-D.
Scendo e inizio a strillare come un'ossessa, santiando come uno scaricatore di porto, maledicendo me stessa, la macchina, il fosso, la retro e, già che ci sono, il giorno in cui sono nata e quello in cui ho preso la patente.
La situazione è surreale.
Due mamme e un bambino sole in mezzo alla nebbia con una macchina in un fosso.
Ma evidentemente, oltre a Sant'Antonio, ho anche altri santi in paradiso perchè la prima e unica macchina che si ferma contiene un meccanico rumeno gentilissimo che si ferma e inizia ad armeggiare con i suoi attrezzi per tirarmi fuori.
Inutile. Ci vorrebbe una corda.
La seconda macchina che si ferma è in realtà un camion guidato da un signore cortesissimo che ha corda, gancio per il traino e voglia di aiutarmi.
Tempo 15 minuti e sono salva.
Che dire.
Prometto: prometto che non farò più retromarcia in una strada campagnola, che comprerò una corda al più presto, che guiderò con più attenzione, che mi eserciterò ogni giorno a fare retromarcia nei piazzali.
Ma soprattutto: se mi incrociate per strada scordatevi che mi fermi a parlarvi.

P.S. un grazie di cuore ai due sconosciuti che mi hanno tirato fuori da questo pasticcio, evitando di infierire e, anzi, dicendomi che tutti finiscono in un fosso, prima o poi.

venerdì 26 febbraio 2010

Rasking the fond of the baril.

Basta poco, che ce vò.
Questo ho pensato l'altra mattina quando, assieme all'amica Linda, sono entrata al Bar Sport di Ribalta Morbida, ridente paesello confinante al nostro, dove è situato il micronido "Pero Pelato".
Lasciati i pargoli per le consuete 2 ore di inserimento, ci siamo avventurate verso la downtown del paesino, sperando di trovare un po' di vita.
Vita ce n'era, corbezzoli se ce n'era, tutta concentrata al bar di cui sopra, età media 92 anni, tutti uomini.
"Speriamo di vedere la Luisona", mi dice la Linda, "almeno sapremo che tempo farà nelle prossime ore".
E poi siamo entrate.
Ora.
Voi dovete immaginare due mamme, stropicciate e insonnolite, con gli occhi spiritati dalle notti insonni e il passo pencolante di chi porta in braccio 10 kili di bambino tutto il giorno; due mamme ancora giovani ma, ammettiamolo, che hanno visto tempi migliori ( e vestiti migliori, e make up, e parrucchieri) negli anni passati e che, angosciate dal nido, dal rientro al lavoro, dalle malattie e dalla nebbia, non hanno certo l'aria civettuola e sgarzolina che potrebbero avere se solo tornassero indietro di qualche mese.
Ebbene.
Queste due mamme sono state guardate- scrutate- analizzate- scannerizzate come due procaci veline, appena scese da qualche cubo.
E son soddisfazioni, neh!

lunedì 22 febbraio 2010

L'occhio della nonna

... Ma oramai già lo sai dai pirati cosa ti puoi aspettare!
Ti potranno insultare, minacciare, in fondo è il loro mestiere!
Ti faranno i versi, le boccacce, ti faranno le facce scure!
E' per questo che si allenano davanti allo specchio
quasi tutte le sere!...
Nel covo dei Pirati - E. Bennato

Mia nonna, l'impareggiabile Dada, era una signora distinta e posata: non alzava mai la voce, non si agitava nè si muoveva scompostamente, usava un linguaggio "politically correct" e, raramente, perdeva la pazienza.
Quando ero piccola mi teneva a bada con due sole cose: lo sguardo e il dito indice.
Lo sguardo, nella nonna, era come l'occhio di Sauron per il povero Frodo: uno sguardo indagatore, accusatore e penetrante quanto una colata di lava.
Il dito era un dito normale, ma quando lo alzava nella mia direzione, dritto come un fuso, accompagnato da un tranquillo "non si tocca" sembrava scagliasse fulmini e saette.
Mi avvicinavo furtiva alle statuette di porcellana e si alzava l'indice.
Cercavo di trafugare un posacenere di cristallo e venivo incenerita da un'occhiata.
Afferravo con nonchalance una pizzetta dal vassoio e dito e sopracciglio mi inchiodavano alla sedia.
In ogni caso non mi muovevo, non toccavo, non ingoiavo, non spostavo, non rompevo: ero un pupo al suo comando.
Altri tempi.
Da quando il Topolo gattona e si infila regolarmente in bocca ogni minuzzolo che trova in terra mi esercito con il dito: Non si tocca eh! e alzo l'indice. Il Topolo ride e ingoia un ragno.
Acc!
Riproviamo.
Si avvicina allo scaffale dei Cd e io alzo di nuovo il dito: non si tocca! Mi afferra il dito e lo morde.
Santa pazienza.
Ok, tentiamo con lo sguardo.
Afferra il cavo del decoder: Non si tocca, eh! Occhiataccia. Il Topolo gorgheggia e inizia a sgranocchiare il cavo.
Raccoglie un grumo di fango: non si mangia! Sguardo di fuoco. Apre la bocca e se lo ficca in gola con le dita grassocce. Sob.
Mi devo esercitare, di più.
Occhiata, indice, occhiata, indice... macchè: grasse risate del Topolo e sconfitta totale da parte mia.
All'ennesimo gnocco di polvere ingoiato dal Topolo rinuncio.
Non ho il physique du rôle.
I casi sono due: o io ero completamente fessa, o non ci sono più le dita di una volta.

Rientro

Siamo tornati.
Stanchi, sfiniti, bisognosi di sonno e riposo (io e il Nanno ) e di un pasto decente (Jeeg, ridotto a succhiare surgelati).
E' incredibile come, anche in ospedale, la voglia di crescere e di esplorare del Nanno non si siano fermati.
Rispetto a 3 settimane fa stavolta gattonava decisamente meglio, agile come un furetto, veloce come una lippa, spazzolava - letteralmente - il corridoio e le stanze del reparto, incappando nelle ire delle dottoresse che trovavano alquanto disdicevole un poppante gattonanate che, al termine della passeggiatina, orrore orrore, si infilava soddisfatto due dita in bocca e le ciucciava con voluttà.
Ora.
Provate voi, da sole, a contenere un bimbo di 10 mesi annoiato a morte in un lettino con le sbarre o in un seggiolone per tutta una giornata senza stramazzare a terra stremate dal mal di schiena e dalla noia.
Io lo lasciavo libero.
E pazienza se era da lavare ogni 10 minuti.
E pazienza se raccoglieva qualche briciola.
E pazienza se la sera dovevo fare il bucato dei suoi vestiti e stenderlo sul termosifone.
Lui era contento e io avevo quei 40 secondi tutti per me.
La vita di ospedale è una vita da vecchi.
Si aspetta che accada qualche cosa, qualunque cosa, per tutto il giorno e non c'è altro da fare.
Ci si lamenta con il vicino di letto, si ascoltano interminabili racconti di malattie, si inorridisce di fronte al rapporto di certe mamme con i propri bambini.
Si ascoltano le lamentele delle infermiere, ogni giorno, sempre uguali, si assiste sgomenti allo sfacelo della sanità italiana (nel "mio" reparto pediatrico mancavano regolarmente le pappe per i bambini, non c'erano omogeneizzati nè succhi di frutta nè biscotti a sufficienza).
Insomma.
Si vive aspettando che altri facciano qualcosa, impotenti a fare noi stessi una qualunque attività.
Triste.
Triste e stancante.
Ora è finito e prego prego con tutto il cuore che arrivi la primavera portando con sè quel caldo sufficiente a scongiurare altri raffreddori e crisi d'asma al piccolo topolino.
Amen.